Il mattone faccia a vista è destinato a restare un elemento fondamentale dell’architettura umana. Lo produciamo dal 1945, affiancandolo a sistemi avanzati che rappresentano il futuro dell’edilizia

Il linguaggio degli oggetti, dei colori e dei mattoni, diceva qualcuno, esprime il desiderio di comunicare, di dichiararsi al mondo tramite un registro diverso dalle parole; l’ambizione è quella di far sapere agli altri chi siamo e, con questo, di ricordarlo anche a noi stessi. Lo sanno bene i 14 soci lavoratori della Fornace di Fosdondo società cooperativa - costituita nel 2016 in provincia di Reggio Emilia, attraverso un’operazione di workers buyout - che della produzione e della vendita di mattoni in laterizio hanno fatto il loro core business.
La Fornace, in realtà, è nata negli anni Trenta, e i laterizi costruiti dall’azienda erano utilizzati ovunque: un mattone su tre delle case italiane usciva da lì. “Poi - spiega Ettore Sassi, presidente della Fornace di Fosdondo - nel 2008 è arrivata la crisi, con il tracollo dell’edilizia; le grandi cooperative hanno cominciato a chiudere e l’indotto ne ha pagato le conseguenze. Noi, però, ci siamo rimboccati le maniche e siamo riusciti a tenere in vita una tradizione che dura da più di settant’anni. Ci siamo riusciti investendo in immobili (circa 28.000 mq. di superficie coperta), in impianti (2 linee di produzione laterizi) e in terreni (circa 100.000 mq. tra agricoli e industriali). E ci siamo riusciti, soprattutto, perché abbiamo dimostrato la nostra flessibilità nello sviluppare nuovi prodotti ‘personalizzati’ per i singoli clienti”.
Nello stabilimento di Fosdondo vengono prodotti mattoni faccia a vista, sia estrusi sia in pasta molle, attraverso una dotazione impiantistica di ultima generazione in grado di soddisfare le varie richieste del mercato, grazie anche all’implementazione di un engineering interno capace di offrire un’assistenza tecnica completa a sostegno dei prodotti della cooperativa, in un continuo dialogo con progettisti e termotecnici. “In questi anni ci siamo dedicati - dice ancora il presidente della Fornace - allo studio di prodotti complementari ed innovativi. Penso ad alcuni prodotti in terracotta che produciamo per conto terzi o ad un listello, legato ad un sistema di brick cladding, che abbiamo realizzato per un cliente inglese. E proprio quest’ultimo conferma che, pur essendo consapevoli che il mercato italiano sarà sempre il nostro mercato principale, abbiamo raggiunto uno dei nostri obiettivi: quello di aprire nuovi sbocchi all’estero”. Un risultato non da poco per quella che lo stesso Sassi definisce un’azienda di “sopravvissuti” , visto che in Italia , prima del 2010, erano ben 9 le aziende che producevano mattoni estrusi, a fronte delle due rimaste in attività, tra cui la Fornace. “Noi - conclude Sassi - cerchiamo di tenere duro, grazie anche al sostegno di CFI.
Prima il Covid e poi l’aumento esponenziale dei costi energetici, tenuto conto che siamo un’azienda fortemente energivora, ci hanno messo in grande difficoltà. La nostra ‘cultura’ cooperativa, però, ci ha permesso di affrontare il tutto facendo leva su quello che è un concetto essenziale: l’azienda è la nostra ed ognuno di noi è chiamato, con il lavoro di tutti i giorni, a farsene carico”.